Tiriolo (CZ) 11 aprile 2010 Bar Gelateria Fratelli Mauro
“Unemployed in summer time, only ‘cuz twenty-one, it’s okay”, uhm, dove ho messo sotto carica l’iphone? Ma che ora è? Merda le 8, che sonno. Ancora due minuti.
In meno di un’ora, recupero macchina e compressore, faccio colazione dal bar di Vincenzo, vado al B&B, pago, saluto tutti e mi mangio pure una fetta di pane fresco portato dalla signora delle pulizie.
Ed eccomi di nuovo lì, sulla Salerno-Reggo Calabria. In un paio di ore all’altezza d Lamezia imbocco lo svincolo per Catanzaro e dopo vari chilometri inizio la mia salita verso Tiriolo, un piccolo paesino su un colle. Tiriolo la città dei due mari: lo Ionio e il Tirreno, così leggo sul cartello ad inizio paese.
Conosco i due proprietari della gelateria, che è anche il bar sport del paese. Punto di ritrovo per ogni abitante di questo borgo, in cui si riesce ancora a respirare la semplicità di una volta. Io e i ragazzi stazioniamo in un bellissimo B&B nel centro del paese. Sembra di stare in una cartolina in bianco e nero, catapultati in un’atmosfera d’altri tempi. Pranziamo in un ristorante sulla cima di un colle, vicino al castello. Prodotti caserecci con prezzi che fanno ridere a noi che veniamo dal nord. Un po’ appesantiti, ma soddisfati dall’ottimo pranzo ci dirigiamo al B&B.
Ore 17.30 inizio della processione. A quei tempi la processione del Coro Corridore era l’evento del paese di Tiriolo, non solo, ma anche di quelli limitrofi. I parroci Antonio e Francesco preparavano l’evento settimane prima, le persone lo attendevano con ansia. Tutti erano pronti: la signora Carmela di bianco vestita aveva fatto fare il bagno a tutti i suoi 4 figli e anche al cane e poi aveva messo a tutti la giacca buona, quella delle occasioni di festa, e al cane il guinzaglio di pelle. L’anziana Maria Rosa aveva indossato il soprabito che era appartenuto a sua madre, che dopo la sua morte avrebbe regalato volentieri a sua figlia, se non fosse rimasta sola al mondo. Il Maresciallo aveva tirato a lucido i suoi scarponi e Mario, il maestro, attendeva con ansia l’arrivo dei suoi cari alunni.
Tutto era pronto, è partimmo. Intonammo una marcia malinconica, ma di forte richiamo per le famiglie in attesa. Le donne e i bambini si iniziarono ad affacciare dalle finestre delle loro case. I più piccoli osservavano per la prima volta in silenzio ed incuriositi. Beppe il sagrestano dirigeva i lavori e ci indicava la direzione da seguire. Il signor Girolamo poi non perdeva occasione di scattare foto ricordo. Arrivammo in piazza, dove la gente si era già raccolta, attirata dall’eco delle nostre note.
Il rituale prosegui davanti alla gelateria del paese. Le donne ballavano, le fidanzatine si stringevano ai loro amati. Le mamme rincorrevano i bambini, che con ansia erano in fila per ricevere il cono gelato della festa. C’è chi giocava con i palloncini e chi con i nostri strumenti. Nei loro occhi la gioia di vivere un momento diverso, un momento inatteso e sorprendente. Francesco e Antonio si riempivano il petto di orgoglio, erano stati loro ad affiggere i manifesti della festa, erano loro che aiutavano a fare i coni e sempre loro che davano parole di conforto agli abitanti del paese. Ogni giorno quelle persone entravano nel loro locale e sapevano di essere a casa. Tutto si svolgeva lì, non avevano bisogno di altri luoghi in cui stare.
Il rituale stava per finire. La gente non voleva che accadesse, ma era consapevole che sarebbe prima o poi successo. Un’ultima ballata all’interno del locale, una foto scherzosa e i nostri corridori ripresero la via di casa. La gente li ringraziò anche il giorno successivo. Qualcosa era rimasto nei loro cuori, un vento li aveva trascinati per qualche ora in un mondo magico, e tutti sapevano che sarebbe ritornato ancora per farli volare nuovamente.
L’indomani la gente si continuò a complimentare con Antonio e Francesco e per strada ci riconobbero. Beppe ci fece compagnia a colazione e il postino Gianni ci raccontò di sua figlia Chiara che voleva studiare canto.
La campana della chiesa batté dodici rintocchi, venne l’ora del pranzo e del nostro congedo.
Lasciammo Tiriolo con la consapevolezza di aver vissuto per un solo giorno in un mondo in cui il tempo si è fermato, vite che si leggono nei libri di Tomasi di Lampedusa; con noi la semplicità di quei personaggi, la purezza dei loro sorrisi e la gratitudine dei loro cuori.
Arrivederci Tiriolo,
I tuoi corridori
Silvia...
RispondiEliminaSpero troviate lo stesso entusiasmo anche al nord!!!
A Novara vi voglio tutti lì e poi ape ed offre il Bino
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